Rust: Achille Bonito Oliva presenta l’opera di Louise Manzon

Installazione di Louise Manzon
Fondazione Giorgio Cini, Isola San Giorgio Maggiore, Venezia
Dal 2 aprile al 17 maggio 2015

Un evento di Advantage Première Art Fund

 

Sì, la Scultura!

di Achille Bonito Oliva

L’arte? L’arte! La scultura? La scultura! Due domande e due affermazioni esclamative e perentorie. Che trovano nella pratica artistica di Louise Manzon un riscontro splendente e felice. Se la tecnologia ha sviluppato una produzione e un consumo d’immagini poste sotto il segno dell’automazione e dunque dell’indifferenza, l’arte attraverso il recupero della manualità ha ristabilito il valore della discontinuità e della differenza. La tecnologia promuove un mondo visivo bidimensionale, la scultura restituisce alle immagini spessore e durata.

L’uso della materia, ceramica o terracotta, nelle sue vischiose sedimentazioni risponde al bisogno dell’artista Manzon di ripristinare l’antico sogno dell’arte, quello di una durata e di una persistenza delle immagini che in termini di aspettativa significa riproporre la speranza di una possibile immortalità.

Ecco, questo potrebbe essere il valore ribadito del fare arte oggi, un fare nomade ed eclettico che si riappropria della storia dell’arte e del mito per rifondarla nel presente e riproporla nella lenta materia della scultura. Durata contro obsolescenza, materia contro superficie tutto dentro la cornice all’insegna dello sconfinamento.

Ripristinare la scultura significa in questo caso rifondare l’intensità dell’arte, possibilità di armare l’immagine di un potere di seduzione, capace di trasmettere messaggi che riguardano anche l’ecologia. La scultura di Manzon si ammanta di un’iconografia narrativa riguardante il mito, la natura umana e quella animale. La scultura rende concreti i fantasmi dell’artista, tramutando il suo immaginario nella concreta visione di opere che chiedono ospitalità al mondo.

Ma il linguaggio scultoreo non è utilizzato come mezzo antiquariale che ripristina feticisticamente il passato dell’arte, bensì strumento capace di dare sostanza ad immagini che vivono sotto tre livelli di profondità: sottosuolo, terra, aria. Immagini che si articolano in un movimento ascensionale e discendente, corrispondente volta per volta alle motivazioni che reggono l’ispirazione e la conseguente composizione.

Il livello del sottosuolo è espresso da immagini ittiche che evocano l’acqua, l’umido e la vegetazione. La terracotta costituisce la materia che sostanzia le forme di una fauna sottomarina che sembra boccheggiare alla ricerca di una sopravvivenza evidentemente minacciata dall’uomo. Il livello della terra è evocato dalla presenza e configurazione di un personaggio femminile che vive evidentemente sulla superficie del suolo, orchestrata attraverso i caratteri di una complessa postura. La figura femminile è quella di Tethis nell’evidenza narcisistica di un corpo restituito con estrema risonanza. Il terzo livello, quello dell’aria, è suggerito da una sorta di ventaglio che orna il capo della mitologica divinità. Una struttura barocca regge l’impianto scultoreo, una conformazione avvolgente ne articola i volumi nel corpo e nelle vesti. La linea curva crea il sospetto di un movimento verso l’alto, lo slancio verso aeree posizioni e miracolose impennate che sottraggono Tethis alle leggi di gravità.

L’opera di Louise Manzon non smette di accennare a tutte le possibili dimensioni della vita e alle metamorfosi dell’arte, lasciando comunque all’immagine la forza di indicare sempre un agguato ed una vitale minaccia che ne mina la possibile sopravvivenza. Lo spessore della materia scultorea allude sempre alla rinnovata possibilità resistenziale dell’arte capace di ogni evidenza ed ogni evenienza, anche quella in particolare di un messaggio illustrato da una chiara visione.

L’eclatanza di queste immagini permette di affermare la scultura come un genere capace di attraversare i travestimenti di diversi stili, le citazioni di una storia dell’arte che, dal Barocco al Tropicalismo, corre fino a noi. Dimostrazione di un immaginario che chiede spazio alla vita quotidiana per sottrarla alla sua parzialità e restituirle una possibile totalità.