Il nuovo corso dell’economia africana

DAL WEB – di Michael Power, Financial Mail
 
Per gran parte della storia moderna, agli occhi del resto del mondo l’Africa ha svolto un ruolo di fornitore di materie prime, agricole e minerali. E in generale tale considerazione prevale ancora. Ma qualcosa sta finalmente cambiando. Anziché limitarsi a fornire gli ingredienti per prodotti fabbricati altrove, l’Africa inizia a realizzare prodotti in proprio. E dopo averli realizzati, sta cominciando a esportarli.

Questa trasformazione si sta verificando proprio in quella parte dell’Africa dove il sole sorge prima: a est. E ciò è in parte dovuto alla vicinanza dell’Africa orientale al rinascimento economico in atto in tutto l’Oriente, in particolare in Asia.

Con grande sorpresa di molti osservatori dell’Africa, la nuova tendenza non ha avuto inizio dove ci si sarebbe aspettato. Certamente non si è manifestata in Sudafrica, la maggiore economia africana, che viceversa sta registrando una deindustrializzazione come conseguenza del brutto attacco di “Male olandese” degli anni successivi al 2000 (sulla scorta di un rand sostenuto dalla solidità dei prezzi delle materie prime, il settore delle risorse sudafricano ha determinato lo spiazzamento del settore industriale). Tanto meno riguarda l’Africa settentrionale, dove i regimi succeduti alle fossilizzate gerontocrazie sono alle prese con un potente mix di disoccupazione giovanile e recrudescenza islamica. E non si riscontra nei paesi africani più densamente popolati quali la Nigeria, che pure potrebbe rivelarsi un’economia addirittura più sviluppata di quella del Sudafrica se fosse rivisto il metodo di calcolo del PIL. Come ha avuto occasione di recriminare il governatore della banca centrale uscente, Lamido Sanusi, il suo paese resta eccessivamente dipendente dal petrolio, cosa che ne ostacola lo sviluppo economico.
 
In realtà, la new economy africana ha origine in Africa orientale, con Kenya ed Etiopia ai primi posti, seguite da Tanzania e Uganda a rafforzare questo gruppo regionale emergente che conta una popolazione totale di oltre 300 milioni di persone. Con un’inversione di tendenza rispetto all’era post indipendenza successiva agli anni sessanta, è l’Africa tropicale – l’Africa centrale – ben più di quella settentrionale o meridionale a registrare oggi i livelli più elevati di crescita del PIL.

Per chi non si lascia influenzare dalla storia recente, ciò non costituisce una sorpresa. Dopo tutto, l’Africa orientale è più vicina all’Asia, non solo geograficamente. L’Oceano Indiano collega le regioni litoranee dei due continenti da oltre 2000 anni: i primi abitanti del Madagascar arrivarono dal Borneo intorno al 400 a.C..

Lo swahili, lingua franca dell’Africa orientale, nasce in gran parte dai rapporti commerciali che da lunghissimo tempo la collegano alla penisola arabica: “swahel” significa “costiero” in arabo. La fascia costiera, inoltre, è in gran parte musulmana e (con l’eccezione forse della Somalia) pratica una forma di islamismo decisamente più moderata.

In effetti un commercio fiorente ha collegato per millenni l’Africa orientale e l’Asia; sulle isole Wessel, al largo della costa australiana, sono state ritrovate monete risalenti a 900 anni fa originarie di Kilwa, in Africa orientale.

I collegamenti tra la Cina e le coste dei Mari Occidentali, come gli antichi autori cinesi chiamavano l’Oceano Indiano, sono ancora più antichi. La frequenza e l’entità dei loro viaggi è aumentata circa 800 anni fa. Le conoscenze cartografiche della regione lo testimoniano: la mappa cinese Da Ming Hun Yi Tu è la più antica dell’Africa meridionale e risale al 1389; il più famoso esploratore cinese, l’ammiraglio Zheng He, giunse in Africa orientale quasi un secolo prima del portoghese Vasco da Gama.

L’origine hindi del termine “pesa”, che in swahili sta per “denaro”, conferma la presenza di antiche rotte commerciali di collegamento con l’Asia; in effetti, fino alla metà degli anni venti la valuta più usata nella regione era la rupia indiana. Persino la cucina della costa swahili risente di forti influenze provenienti dalla regione indiana del Kerala.
 
In considerazione di questo retroterra storico, non sorprende che l’Asia sembri prediligere il Kenya, con il suo modello capitalistico, che rappresenta il suo accesso principale all’Africa. Sia il settore pubblico che le imprese pare intendano utilizzare Nairobi come loro “Kilimangiaro”, dal quale analizzare le opportunità offerte dal continente e smistare le proprie risorse in modo da beneficiare dell’elevata crescita economica attualmente in corso in Africa centrale. Sebbene l’India sembri partire avvantaggiata rispetto alla Cina in termini di vicinanza storica all’Africa orientale (come dimostrato e confermato dalle origini indiane di circa 400.000 abitanti dell’Africa orientale), la Cina si sta impegnando a fondo per colmare il divario: Nairobi è stata scelta per ospitare la sede centrale africana della televisione centrale cinese e di China Daily, nonché come sede del primo Istituto Confucio in Africa.

Tuttavia, la posizione privilegiata dell’Africa orientale rispetto all’Asia non può avere esclusivamente giustificazioni storiche e geografiche. Alla base della preferenza accordata alla regione da Asia Inc vi è qualcosa di più profondo. E quel qualcosa costituisce un vantaggio di cui l’Africa orientale, con la sua modernità, si è ampiamente fatta carico: la regione, a giudizio dell’Osservatorio della Harvard University – che esamina le cause fondamentali alla base della crescita economica – ha raggiunto una fase critica denominata “la crescita della complessità economica”, che consentirà alla regione di liberarsi dalla trappola di essere meramente un produttore di materie prime. Questo punto critico permette all’Africa orientale di imparare a produrre e, fondamentalmente, esportare.
 
Negli ultimi cinquant’anni diverse teorie sono state sviluppate dagli economisti per spiegare la crescita economica. Le spiegazioni elaborate spaziano dalla “biodiversità” (Jared Diamond), alla “cultura” (David Landes), fino alle “istituzioni” (James Robinson e Daron Acemoglu). Tuttavia, nessuna di esse riesce a eguagliare il potere esplicativo del concetto di “complessità economica” sviluppato da Ricardo Hausmann e dal suo team a Harvard.

La complessità economica ha due dimensioni. La prima rispecchia la “diversità” dei prodotti che un paese riesce a fabbricare e, soprattutto, a esportare. La seconda rispecchia l’“ubiquità” dei prodotti, ossia quanti paesi entrano in competizione per la produzione e l’esportazione. Questo concetto implica il presupposto che se un paese riesce a esportare i prodotti in un mercato globale è in grado di produrli in maniera competitiva.

Calcolando l’evoluzione della complessità, il team di Harvard è in grado non solo di verificare la crescita economica passata ma di prevedere quella futura. Di conseguenza, se le previsioni sono corrette, l’Africa ha davanti a sé prospettive rosee. Delle 11 economie a più rapida crescita nel decennio che si chiuderà nel 2020, si prevede che 10 saranno africane. L’India, al primo posto, rappresenta l’unica eccezione. Di quelle 11 economie, 7 si trovano in Africa orientale, regione definita dalle Nazioni Unite come costituita da un nucleo centrale, del quale fanno parte Kenya, Uganda e Tanzania, cui si aggiungono Malawi, Zambia, Zimbabwe e Madagascar.

A sua volta, la stessa Africa orientale sembra far parte di un più ampio gruppo in crescita: dalla ricerca di Harvard il bacino dell’Oceano Indiano risulta essere la regione economicamente più calda del mondo. Se questa previsione fosse confermata, il team di Harvard avrebbe individuato i paesi in lista di attesa per l’industrializzazione dato che la rivoluzione industriale sta passando dall’Asia orientale all’Asia meridionale per proseguire poi verso l’Africa orientale.
 
Recentemente ha suscitato una vasta eco la notizia che in Cina il costo del lavoro sia aumentato al punto tale da non renderla più un paese competitivo per la produzione e l’esportazione di molti articoli. Dopo aver subito gli effetti della delocalizzazione dal 1990 in poi, i paesi occidentali sperano di riacquisire l’attività manifatturiera a seguito dello sviluppo cinese. In alcuni casi isolati, ciò si è verificato, ma una parte nettamente superiore della capacità manifatturiera si è spostata ancora più in basso nella scala dei costi: l’industria calzaturiera è stata spostata in Vietnam, l’abbigliamento in Bangladesh. Questo processo di delocalizzazione attualmente sta salendo di livello nella catena del valore aggiunto: il mese scorso Samsung ha annunciato l’intenzione di spostare il 40% della sua produzione di smartphone dalla Cina in un nuovo stabilimento vietnamita da 2 miliardi di dollari.

E la delocalizzazione non si limita all’Asia. Come ha osservato recentemente la rivista finanziaria Barron’s, China’s pain is Kenya’s gain (Ciò che perde la Cina lo guadagna il Kenya).
 
Fino a questo momento il Kenya ha guadagnato perlopiù stabilimenti di assemblaggio di autoveicoli e motocicli, quasi tutti precedentemente ubicati in Asia. Tata, Hero e TVS dall’India; Foton e Chery dalla Cina; Honda e Toyota dal Giappone. La spiegazione di tutto ciò è che in Kenya il vivace settore della “forgiatura del metallo” all’aperto (che fa parte della tradizione jua kali ovvero “sole cocente”) ha favorito lo sviluppo delle competenze ingegneristiche necessarie all’insediamento degli stabilimenti di assemblaggio di autoveicoli e motocicli. Inoltre il settore agribusiness, altamente sviluppato, ha creato una serie di competenze, specialmente nella lavorazione e nel confezionamento, facilmente trasferibili nel contesto di uno stabilimento produttivo.

L’Etiopia ha tratto maggior beneficio dalla delocalizzazione di stabilimenti tessili e calzaturieri: la catena svedese H&M sta sostituendo i fornitori di abbigliamento cinesi con quelli etiopici, oltre 50 aziende tessili turche si sono spostate in una zona industriale alla periferia di Addis Abeba, e la più grande azienda calzaturiera al mondo, la cinese Huajian, ha delocalizzato la sua capacità produttiva dalla Cina a un’altra zona industriale di Addis Abeba. L’Etiopia come centro di produzione ed esportazione tessile emergente è stata fortemente voluta da consulenti e investitori del settore pubblico e privato della Corea del Sud. In considerazione di ciò che lo stesso team ha fatto per il Bangladesh, le probabilità di successo dell’Etiopia in questo campo sembrano molto alte. Si tratta di mosse molto sensate: a parità di produttività, le retribuzioni in Etiopia sono la metà di quelle vietnamite. Anche tenendo conto della maggiore produttività cinese, le retribuzioni etiopiche restano un terzo di quelle della Cina.

Secondo The Economist, il Kenya attualmente è leader mondiale nel settore dei pagamenti in mobilità, con transazioni giornaliere via cellulare che attualmente costituiscono circa il 30% del PIL del paese. Come il Vietnam, il paese attira anche società tecnologiche: Samsung sta aprendo uno stabilimento per l’assemblaggio di laptop e stampanti; la cinese Tecno assembla ricevitori per apparecchi telefonici in Kenya e in Etiopia. La presenza tecnologica in Kenya non si ferma alla produzione: Microsoft, Google, Oracle e IBM hanno aperto sedi nella brulicante Silicon Savannah in Kenya, dove hanno istituito i loro centri di R&S. Il presidente esecutivo di Google Eric Schmidt (e McKinsey) ha definito Nairobi come la città africana più aperta alla tecnologia. Come in India e nel resto nella maggior parte della regione dell’Africa orientale, la lingua degli affari in Kenya è l’inglese, cosa che ne ha agevolato l’integrazione nel mondo della tecnologia. Ciò che conferisce al fenomeno un’importanza fondamentale è il fatto che la tecnologia è alla base della complessità economica.
 
Una serie di fenomeni correlati ha corroborato la convinzione che in Africa orientale sia in corso un profondo rinnovamento. Uganda, Tanzania e Ruanda beneficiano in pieno della crescita regionale, sfruttando la sempre più efficiente Comunità dell’Africa orientale (sebbene l’Etiopia non sia attualmente membro di questo mercato comune). Oggi la manodopera può circolare liberamente tra gli Stati membri e i tre paesi del nucleo principale, Kenya, Uganda e Tanzania, hanno lanciato un sistema integrato per i pagamenti transfrontalieri. Persino gli investitori del resto dell’Africa hanno la sensazione che stia avvenendo qualcosa di positivo; la nigeriana Aliko Dangote sta costruendo cementifici in Etiopia, Kenya e Tanzania. Il settore energetico, fondamentale per favorire il decollo dell’economia, è stato rafforzato dalla decisione dei governi del blocco di lasciare al settore privato il compito di guidare l’espansione delle capacità produttive. Ciò avverrà in maniera massiccia nei settori delle energie sostenibili (termica, eolica e idroelettrica). Ciò detto, nei tre paesi del nucleo principale sono stati individuati petrolio e gas in quantitativi commercialmente rilevanti, il che contribuirà a consolidare le prospettive di crescita economica del blocco.
 
Nel suo libro The Rise and Retreat of American Manufacturing (L’ascesa e la decadenza dell’attività manifatturiera americana), Vaclav Smil, noto per essere l’autore preferito di Bill Gates, ha scritto: “Fabbricare prodotti rappresenta la quintessenza dell’attività umana, senza la quale non possono esistere grandi e prospere economie né società popolose socialmente stabili”. Finora l’Africa ha svolto solo un ruolo marginale nell’economia globale, soprattutto perché è stata coinvolta in maniera molto periferica nella produzione e nell’esportazione. Questa situazione sta cambiando. È dagli anni sessanta, dopo l’indipendenza, che non si verifica un evento economico di questa portata.
Da allora, l’Africa ha iniziato a controllare il proprio destino politico. Una volta che l’industrializzazione si sarà diffusa aldilà dell’Africa orientale, il continente acquisirà un maggiore controllo anche sul proprio destino economico.