Orientare il sistema finanziario italiano verso un modello di sviluppo sostenibile

L’intervento di Barbara Degani, sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, all’Advantage Footprint for Trade and Growth svoltosi nell’ambito di UNIBA for G7 l’11 maggio 2017 all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro

 

Affrontiamo in questa sede con relatori esperti, un tema molto importante per il futuro dell’ambiente: la finanza verde come leva per la crescita economica sostenibile. Oggi, assistiamo con soddisfazione alla neonata sensibilità green del mondo della finanza, che orienta la sua attenzione, e quindi i suoi investimenti, verso il settore verde. Le tematiche ambientali vengono sempre più tenute in considerazione perché suscitano l’interesse degli investitori, e non per ragioni di semplice “filantropia”, ma perché gli investimenti sostenibili danno risultati pari o superiori alla media. Come affermano gli analisti, investire in sostenibilità non è solo una questione di etica perché il primo obiettivo rimane sempre quello di aumentare la redditività, ma i risultati dimostrano che gli investimenti in attività green, soprattutto se a lungo termine, raggiungono performance molto interessanti. Ciò dimostra che l’impatto ambientale è diventata la terza dimensione dell’investimento, insieme al rischio e al rendimento. D’altro canto, anche la maturazione della domanda ha raggiunto livelli significativi, soprattutto in alcune aree, come l’Europa, che è al primo posto nel mondo per gli investimenti responsabili, cresciuti, secondo la Global Sustainable Investment Alleance, tra il 2014 e il 2016 a un tasso del 12%, e che oggi hanno raggiunto i 12,04 trilioni di dollari, con una percentuale di investimenti puliti che arriva al 53%.

 

La politica, in questo quadro, ha la responsabilità importante di farsi motore del cambiamento, agendo sulle leve della finanza pubblica e definendo i giusti indirizzi, avendo una visione di lungo termine. L’obiettivo è quello di orientare i mercati nella direzione della sostenibilità, premiando le aziende e i progetti più green. Per ottenere risultati significativi, tutti devono remare nella stessa direzione. Purtroppo, però, alcuni segnali sono preoccupanti. All’ultimo incontro del G7 Energia, in Italia, non è stato possibile firmare una dichiarazione congiunta su tutti i punti dal momento che l’amministrazione Usa si trova in un processo di revisione della politica energetica in particolare sul tema del climate change e dell’accordo di Parigi. Ciò desta stupore e preoccupazione, anche in virtù del fatto che il mondo sembra andare in un’altra direzione, visto che il mercato dei green bond – tra cui i climate bond che consentono agli emittenti di titoli obbligazionari di destinare gli importi raccolti a progetti specifici riguardanti quelle infrastrutture che contribuiscono a mitigare il cambiamento climatico o aiutare il mondo ad adattarsi ai suoi effetti – vale oggi oltre 160 miliardi di dollari, e che solo lo scorso anno sono stati emessi 81 miliardi di dollari, quasi il doppio delle emissioni dell’anno precedente.

 

Per fotografare lo scollamento tra le politiche energetiche di alcuni paesi e la finanza, basta ricordare che oltre 200 investitori di varie parti del mondo (dall’Australia alla Svezia passando per USA e Canada), che gestiscono asset per 15.000 miliardi di dollari, hanno scritto pochi giorni fa una lettera ai leader del G7 che si riuniranno a fine mese a Taormina per chiedere di ribadire l’impegno e il sostegno all’accordo di Parigi sul clima. Gli investitori chiedono inoltre di eliminare i sussidi alle fonti fossili e di far pagare chi emette CO2 attraverso meccanismi di carbon pricing.Si tratta di un segnale inequivocabile che dovrebbe spingere i governi a tener fede ai propri impegni sottoscritti con l’accordo di Parigi. Inoltre, è molto importante, secondo me, considerare che tutti gli sforzi dei governi in tema di contrasto ai cambiamenti climatici servono indirettamente a contenere la crescita del numero dei migranti ambientali, uomini e donne che fuggono da siccità e catastrofi legate al clima e il cui numero è destinato ad aumentare, superando quello dei profughi di guerra.

 

È evidente, quindi, che nel connubio tra economia, finanza e ambiente va considerato un nuovo e importante elemento: il fenomeno migratorio. Sebbene l’Italia, come ha detto recentemente il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, abbia salvato l’onore dell’Europa in tema di crisi migratoria facendo tutto il possibile per gestirla al meglio, è importante uscire dall’ottica dell’emergenza, rafforzando la gestione del fenomeno della migrazione nei luoghi d’origine. Lo sviluppo economico nei Paesi di partenza può frenare infatti l’arrivo di migranti nei paesi dell’Unione. Anche per questa ragione l’industrializzazione dell’Africa è un tema forte all’ordine del giorno nell’agenda internazionale: le economie africane devono andare oltre la produzione di materie prime per mettere in piedi settori manifatturieri dinamici e competitivi con un valore aggiunto superiore, attirando al contempo investimenti esteri.

 

È importante però che in questo processo vengano evitate le insidie di un’industrializzazione sfrenata e senza controllo. Lo sviluppo industriale deve infatti essere guidato da una grande attenzione alla tutela ambientale, per non ripercorre gli errore di un passato che ci ha lasciato in eredità le storture che oggi stanno distruggendo la nostra Terra. L’Africa è una terra ricca di opportunità per chi le sa cogliere. Già oggi, alcuni paesi come la Cina investono centinaia di miliardi di dollari in progetti di sviluppo sul continente africano, costruendo infrastrutture e disegnano le direttrici di sviluppo che segneranno l’economia del continente nei prossimi decenni.

 

L’Unione Europea e i singoli stati membri, in questo percorso, sono rimasti indietro e dovrebbero invece avere più coraggio, aumentando i fondi a disposizione. Come europei, protagonisti di tre rivoluzioni industriali, non possiamo permetterci di lasciare che la grande trasformazione industriale dell’Africa sia priva di una visione sistemica di lungo periodo e degli adeguati controlli in termini di impatto ambientale nel breve-medio termine. Per quanto riguarda il nostro Paese, l’impegno dedicato alla crescita economica sostenibile è ben radicato. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, su questi temi, ha avviato due progettualità importanti. Il primo è un progetto pilota del Ministero nato nel 2012 per sperimentare su vasta scala le metodologie di misurazione delle prestazioni ambientali legate alle attività produttive, attuato su base volontaria attraverso specifici accordi.

 

Il progetto del Ministero dell’Ambiente coinvolge oggi più di 200 soggetti tra aziende, università ed enti locali e punta a sostenere e valorizzare l’attuazione di tecnologie a basse emissioni, le migliori pratiche nei processi di produzione e nell’intero ciclo di vita dei prodotti e servizi in coerenza con le indicazioni dei summit di Parigi e Marrakech, che hanno evidenziato la necessità di migliorare le produzioni in termini di impatto sull’ambiente. Gli accordi volontari sottoscritti dal Ministero prevedono l’impegno da parte delle aziende firmatarie a condurre l’analisi e la contabilizzazione delle emissioni di CO2 equivalenti prodotte nel ciclo di vita dei prodotti o servizi, al fine di una loro riduzione attraverso misure di efficientamento. Il secondo progetto, riguarda invece l’accordo di collaborazione sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente e l’UNEP a margine dell’incontro dello scorso 6 febbraio presso la sede della Banca d’Italia per la presentazione del Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile. L’accordo siglato mira a: (a) costruire la resilienza dei paesi ai cambiamenti climatici con approcci ecosistemici; (b) promuovere il trasferimento e l’uso di tecnologie per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica per uno sviluppo a basso contenuto di emissioni; (c) sostenere la pianificazione e l’attuazione di iniziative per ridurre le emissioni dovute alla deforestazione e alla degradazione delle foreste.

 

A livello più generale, il citato Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile -frutto del lavoro congiunto tra il ministero dell’economia, il ministero dell’ambiente Galletti e la Banca d’Italia- rappresenta un documento basilare che ha sancito il punto d’inizio formale di una riflessione condivisa da tutte le istituzioni coinvolte sulla necessità strategica di orientare il sistema finanziario italiano verso un modello di sviluppo più sostenibile, che integri al suo interno i fattori ambientali, sociali e di buon governo societario come generatori di valore e di futuro. La finanza e l’economia verde, infatti, potranno contemporaneamente tutelare la qualità del nostro ambiente ma anche contribuire alla ristrutturazione del nostro sistema economico, attivando nuove tecnologie più efficienti dal punto di vista energetico ed ambientale, riducendo nel contempo gli sprechi di energia e materie prime e creando nuovi settori economici, nuove imprese e nuove professionalità, dando sbocchi al talento spesso inutilizzato dei nostri migliori giovani.

 

Tra i segmenti di mercato che potrebbero trarre più profitto dallo sviluppo di strumenti di finanza green ci sono le PMI, che in l’Italia numericamente rappresentano l’assoluta maggioranza del tessuto produttivo (95% delle imprese). Mobilizzare finanziamenti verdi per le PMI, e così metterle in condizione di perseguire uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, diventa in questo senso una dimensione fondamentale del nostro futuro comune. La difesa dell’ambiente e lo sviluppo di modalità di impresa sostenibili sono infatti oggi una chiave competitiva irrinunciabile. E’ fondamentale allora, per il perseguimento di questi obiettivi, mettere a punto metodologie di valutazione di sostenibilità ambientale-sociale per le imprese e strumenti che consentino di correlare un insieme di indicatori che misurino la performance delle aziende, la loro governance ecologica, la loro impronta ecologica ed il rischio di default. Per vincere questa sfida occorre l’impegno di tutti, un impegno che nasca dal dialogo costruttivo tra istituzioni, operatori finanziari, imprese e centri di ricerca. Credo che incontri come quello odierno siano molto importanti per riflettere insieme e trovare soluzioni comuni ai problemi che abbiamo di fronte. Buon lavoro a tutti.